Tan T’Ien – “The Fourth Door” – A Review by Alberto Bazzurro for AllAboutJazz Italia Tan T'Ien

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di Alberto Bazzurro

“Entrato in sala d’incisione nel maggio 2011, Tan T’Ien – termine che in medicina tradizionale cinese indica i tre punti del corpo umano in cui ha sede l’energia vitale – è di fatto una creatura del pianista Luca Dell’Anna e del bassista Ivo Barbieri (tutto loro il materiale tematico), con Fracensco Cusa che ne rappresenta una sorta di ospite di (particolare) riguardo.

Nei mare magnum dei dischi per piano trio, questo ha un grande merito: distinguersi dalla massa. I suoi parametri espressivi non sono infatti riconducibili a modelli troppo definiti (il che rappresenta un’autentica fatica di Ercole…), grazie a strutture mai ingabbianti eppure ben salde, nonché a un procedere “narrativo” che sa rendersi interessante nota dopo nota, frammento dopo frammento, senza generare noia o assuefazione.

Colpiscono – a spot – svariati elementi. Per esempio l’uso del Fender Rhodes da parte di Dell’Anna, sotto le cui dita uno strumento di regola piuttosto indigesto (al vostro recensore di sicuro) perché edulcorato, patinato, sbiascicato quasi sempre senza lo straccio di una frase che valga la pena di esser detta, si fa invece materia viva, altra cosa dal piano acustico, ma anche da tutti quei piani-giocattolo che lo strumento fa spesso venire in mente. Qui l’input è la pura ricerca sul suono e sulle dinamiche, il che ci riporta ai primi gloriosi esperimenti che, oltre quarant’anni fa, imposero (giustamente) l’electric piano fra le voci-chiave del nuovo jazz. Pensiamo a Bitches Brew e dintorni, ovviamente, alla sua forza propulsiva: ascoltare anche solo “Overcoming Spite,” qui, per credere.

C’è poi la capacità di non essere mai futilmente descrittivi (anzi spesso a spigoli vivi) eppure così “cinematografici” (anche qui un esempio: “Imposition of Self,” che sa tanto di tappeto per l’appostamento, o il pedinamento, in un noir coi fiocchi…).

C’è tanto altro, ovviamente. Ci sono, per esempio, gli episodi migliori del disco: “First Door,” avvio plastico e sviluppo in crescendo, “Misleading Focus,” di tratto gustosamente monkiano, il dittico “Illusion of Contingency”/”Manifestations of Matter II,” uno più nervoso e l’altro più rotondo, secondo un’alternanza ripresa grosso modo in un secondo dittico, “Unconscious Material”/”Manifestations of Matter III,” nel quale ultimo (brano) s’impone la centralità della batteria (come del resto già in “Misleading Focus”).

Ci sono magari anche episodi più deboli (tipo “Manifestations of Matter I,” o “The Secon Door,” breve e denso ma come incompiuto) e tuttavia è il prodotto nella sua globalità che va giudicato. E in questo senso non possiamo che augurarci di vedercene recapitati parecchi, di piano trii altrettanto degni di ascolto”

 

 



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