My Interview for JazzAgenda: talking about “Mana” Luca Dell'Anna's "Mana"

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Here you can find an interview for the site JazzAgenda:

http://jazzagenda.com/2013/11/11/luca-dellanna-racconta-la-genesi-del-suo-progetto-mana/

 

Luca Dell’Anna, talentuoso pianista e compositore eclettico.  Lo abbiamo incontrato per parlare del suo nuovo album “Mana”, di prossima uscita con l’etichetta Zone di Musica.

Come abbiamo letto nella presentazione del disco, “Mana” è un termine polinesiano che indica la presenza del divino nel mondo immanente. Perchè hai scelto questo concetto per identificare il tuo disco?

E’ sorta di sigillo, di riassunto. Il percorso di ricerca che ho seguito negli ultimi anni si è incrociato con la rete di eventi e di persone che sono oggi il mio momento presente, e nel momento presente sta diventando chiaro che non c’è separazione fra una dimensione spirituale e la realtà quotidiana, materiale. Così come non c’è separazione fra corpo e mente. O meglio c’è ma ce la mettiamo noi. È solo questione di fare sufficentemente silenzio, come dice Linesh Shesh nell’estratto di invervista che ho inserito nel booklet. Questo disco è capitato in un punto nodale di questa maglia, ed in un momento in cui questa (non) dualità mi è particolarmente evidente. Quindi sì, un sigillo, un cartello lungo la strada.

Cuba, Giappone, Messico, Argentina, la Milano di Jannacci. Tutti (o quasi?)i tuoi amori musicali fusi in un unico disco.

Quello che accomuna tutti i brani contenuti in questo disco è la loro nascita, il fatto di essere stati scritti senza forzare una direzione stilistica precisa, a rischio di incappare liberamente in generi o in linguaggi preesistenti anche distanti. Mi spiego meglio: mi capita per lavoro di dover scrivere colonne sonore, per esempio per cartoni animati. In quel caso è tutto semplice. Hai una trama, un periodo storico di riferimento, un’atmosfera generale, e devi dirigere la tua scrittura compositiva in quella direzione, usando gli strumenti culturali che hai a disposizione per portare la musica in quel periodo storico ed in quell’atmosfera. Quando invece ci si siede liberamente al piano per scrivere la propria musica, senza indicazioni e senza paletti, si corre spesso il rischio di aver paura di vederla assomigliare a qualcosa, e ci si blocca. Specialmente se si scrive per un tipo di organico e di esecuzione di stampo jazz. O almeno questo è un rischio che capita a me. Allora se ti viene una melodia  tango dici “ma non sarà troppo tango?” e la scarti con la paura che risulti in qualche modo già sentita. Ecco, i brani contenuti in “Mana” sono accomunati dal proposito di non fermarsi a questo blocco e di chiudere ogni brano senza il timore di entrare in un linguaggio decifrabile. O di troppo riconducibile a qualche cultura. Per questo, tutte le influenze che si ritrovano nei brani di questo disco le ho potute raccogliere e riassumere a posteriori. Ho lasciato aperto il rubinetto senza paletti stilistici e quello che è uscito è stato, naturalmente, parte di quello che mi ha formato nella mia crescita. C’è poi un sacco di altra roba che non è finita qua dentro ma che punto per punto salta fuori nelle mie altre collaborazioni in altri progetti, su cui probabilmente lavorerò in futuro in altri progetti miei. Poi per ciascuna di queste influenze ci sarebbe molto da dire: Milano è sempre stata una città a me cara fin da quando ero molto piccolo, tanto che ho scelto di viverci lasciando Ferrara parecchi anni fa. La passione per la figura di Enzo Jannacci e per quel mondo e quella poetica me l’ha trasmessa mio padre, di nascita milanese della stessa generazione. Probabilmente la Milano che sono venuto a cercare è ancora quella. E devo dire che in una certa misura non è ancora scomparsa, malgrado quanto appaia a prima vista. E l’idea di arrangiare in qualche modo “Ma Mi” mi girava per la testa già da parecchi anni, già con il suono e l’andamento generale che ho poi messo nella versione definitiva. Ho deciso di buttarla giù finalmente sulla carta e di includerla nel disco come omaggio alla memoria di Jannacci venuto a mancare proprio nei giorni in cui stavo raccogliendo il materiale e finendo la scrittura dei brani del disco. E poi c’è Cuba, la sua presenza costante nei vari incontri musicali della mia vita per un verso o per un altro, lo stesso per il Giappone, la passione per il tango argentino, anche quella ereditata da mio padre, l’incontro grazie ad Israel con alcuni meccanismi del ritmo messicano che mi hanno riportato alla luce influenze e passioni che già avevo da tempo… ma credo avremo modo di parlarne dopo.

Quale crescita personale ti ha portato lo studio della musica e soprattutto della cultura dei Paesi che ritroviamo nei tuoi brani? 

Studio musica praticamente da che ho memoria, quindi non riesco a scindere la mia crescita musicale dalla crescita personale. Sono sempre stati, semplicemente, la stessa cosa. Come qualsiasi disciplina che metta in gioco così a nudo il tuo rapporto con te stesso, i progressi nello studio della musica diventano specchio dei progressi nella crescita personale, e viceversa. Il saper dosare la rilassatezza e la tensione, il pesare le frasi, la scelta delle cose da dire e quando dirle e così via, sono tutte cose che, studiate e digerite in musica, hanno effetto nella vita di tutti giorni ed in tutte le altre discipline che porti avanti. Compreso il sapere quando è ora di stare zitti se non c’è niente da dire…  Le altre culture che ho avuto la fortuna di incontrare nella mia crescita mi hanno mostrato esempi viventi e tangibili di chiarezza e profondità. La musica di Cuba credo sia quella che più mi abbia insegnato cosa significa scavare a fondo nei meccanismi di incastro ritmico, per capire quando e perché alcune cose funzionano ed altre no. La musica cubana è piena di regole: la clave, sulla griglia di terzine o binaria, il danzòn, il guaguancò, lo yambu… sono dei giochi, con un regolamento preciso, che   qualcuno ti deve insegnare altrimenti non funzionano. Ma questo anziché imbrigliare la creatività apre tutta una serie di porte successive che ti portano a capire più a fondo il perché succedono certe cose, perché un ritmo suonato in un certo modo funziona meglio di un altro, il perché quando metti insieme i sedicesimi in un certo ordine non c’è verso di far ballare la gente, e appena ne sposti uno improvvisamente fila tutto liscio come l’olio. È come se diventasse tutto progressivamente più nitido. Altro discorso ma ugualmente importante per me si può applicare al Giappone, che mi ha insegnato l’effetto pratico e tangibile dell’essere focalizzati su una cosa sola per volta, dell’ascolto del proprio corpo e delle proprie sensazioni, l’effetto che il lavoro interno su se stessi ha sull’esterno. La contemplazione del “Ma”, dello spazio vuoto, del puro e semplice respiro che ti permette di “vedere le cose per come in realtà sono”, la concentrazione e coltivazione dell’energia nel “Kime”, e così via, poi mi ci perdo…

La ballad “Remedios” è dedicata a “Cent’anni di solitudine” di Gabriel Garcia Marquez…  

Già. Difficile non innamorarsene. Poco fa ti parlavo del mio proposito di portare a termine la scrittura dei brani senza paura di incappare in qualche filtro tipo “fermati, questo assomiglia .” oppure “fermati, questo è troppo così” . Ecco. Questo mi ha messo alla prova più di tutti. Ho dovuto lottare varie volte con la voce del sergente Hartman di Full Metal Jacket dentro di me che mi diceva “fermati soldato, stai diventando troppo sdolcinato”. Ma che diavolo. L’ho finito, questo è.

Come compagni di viaggio per questo tuo lavoro, hai scelto Israel Varela e Ivo Barbieri. Qual è stato il loro apporto creativo e stilistico?

Ivo è praticamente mio fratello. Lo conosco da moltissimi anni e abbiamo letteralmente vissuto in parallelo le fasi della nostra crescita musicale. Conosceva già il mio modo di comporre e quello che volevo succedesse al basso, avendo avuto gli stessi punti di riferimento culturali e gli stessi ascolti, quindi avere Ivo è stata un’estensione logica della mia scrittura. Insieme a lui ho potuto mettermi all’opera in tempo zero, con due parole per brano era già tutto chiaro. Insieme lavoriamo su molti altri progetti, alcuni dei quali senza batteria nè percussioni, quindi ci succede di dover sostenere l’architettura ritmica soltanto in due. Di conseguenza siamo abbastanza rodati, insieme, sul come far funzionare le pulsazioni e quali incastri applicare per far girare il tempo, basandoci reciprocamente sull’intenzione dell’altro. Conosco Israel relativamente da poco tempo, ho avuto l’onore di lavorare con lui già su alcuni progetti, e ricordo di essere stato da subito folgorato (come chiunque abbia avuto la fortuna di suonarci insieme) dalla sua enorme capacità di ascolto e di simbiosi con i musicisti con cui si trova a suonare. Quando ci suoni insieme, hai davvero l’impressione che ti legga nel cervello, che sappia esattamente cosa stai facendo, spesso prevedendoti anche in anticipo, ed è perfettamente aderente al tuo stile, al tuo linguaggio, riesce ad accompagnarti energicamente e con presenza esaltando la tua visione senza mai calpestarla, dando idee senza mai strattonarti. È semplicemente il compagno di lavoro perfetto. Ed in più la sua cultura poliedrica e approfondita sui linguaggi sudamericani fa sì che abbia un linguaggio approfondito tanto nel jazz quanto nei linguaggi meno diffusi come il guaguancò o il danzòn di cui parlavo prima, e ci ha permesso di cominciare a lavorare sui brani senza dover dare nessun tipo di spiegazione aggiuntiva, perché già era chiaro a tutti e tre quale fosse il tipo di trama e di contrappunto che i diversi brani richiedevano.

Nel titolo della track 11 “Tango ’til They’re Sore” troviamo anche un tributo a Tom Waits… 

Tom Waits è stato una delle prime cose che ho cominciato ad ascoltare “con le mie orecchie” da molto piccolo, quando cominciavo ad andare a curiosare fra i miliardi di musiche possibili e a mangiarne da qualsiasi fonte, dagli AC/DC a Jimmy Smith, a John Coltrane o Red Garland o James Brown. Di Tom Waits in particolare mi ha sempre colpito quanto sia stata libera e radicale la sua evoluzione, dalle ballate quasi country del primo periodo, allo scat da crooner scalcagnato di Nighthawks at the Diner, poi l’evoluzione della voce e della ricerca sonora di Swordfishtrombones e Rain Dogs per arrivare alle ultime cose più estreme come la collaborazione con Les Claypool. E ogni periodo ha il suo impasto e la sua cifra stilistica. Un artista che ha sempre avuto un impatto su di me molto forte. A dire la verità l’omaggio qui sta più nel titolo che nel brano, ma forse qualcosa di vagamente TomWaitsiano in giro per i brani c’è. Come nell’incedere claudicante di “Abre Los Ojos”, può essere.  

In quali altri progetti sei impegnato al momento? 

Il primo che è doveroso citare è sicuramente “Zancle” della cantante, amica e compagna di viaggio Serena Ferrara, registrato l’anno scorso ed uscito da pochi mesi, la cui sezione ritmica collaudata è la stessa a cui ho successivamente chiesto di partecipare a “Mana”, Ivo e Israel. È un progetto di jazz contaminato da sonorità mediterranee, con testi in varie lingue, dal dialetto Messinese allo spagnolo passando per dialetti centroafricani. Ci sono tante influenze e tante energie dentro, flamenco, jazz, latin, folk. Un disco denso e potente. Poi diverse  registrazioni fatte nei mesi scorsi che sono da poco uscite e cominciano a dare frutti, come i progetti “Tan T’Ien – The Fourh Door” e “The Beauty And The Grace” con Francesco Cusa, il secondo con la sua formazione in hammond trio “The Assassins” nella quale ho militato per un periodo e che abbiamo avuto la fortuna di presentare all’Acacia Jazz Festival di Addis Abeba, Etiopia lo scorso Febbraio. È di prossima uscita il progetto su Edvard Grieg della cantante norvegese Elisabeth Breines Vik, al fianco di Adam Rapa, altro grande amico ed incredibile musicista, uno dei più apprezzati trombettisti a livello mondiale, con cui ho avuto la fortuna insieme ad Ivo di condividere il lavoro nel suo musical “Evolution” a Nagoya, in Giappone lo scorso anno. Sono poi usciti da poco i dischi di progetti in cui sono molto fiero di militare, a fianco di grandi musicisti e soprattutto grandi persone, amici, come il disco “Jazz & Movies 2” della BJBU di Marco Mariani con il suo lavoro sulle colonne sonore di film e telefilm anni 50 e 60, o “We Are Here” del N.E.T. Quartet di Alessandro De Gasperi e Giorgio di Tullio.  È già in cantiere allo stadio embrionale un nuovo progetto in trio con altra formazione, dal titolo provvisorio “Symbiont”, dalla sonorità completamente diversa, che dovrebbe vedere la luce entro la prima metà del prossimo anno. Sto collaborando con i TriAd vibration, in cui sono lasciato libero di sperimentare sonorità elettroniche su ritmi tribali insieme al Didjeridoo, poi ci sono i Groove’s Era, trio Hammond con repertorio dedicato a Lalo Schifrin. Poi c’è tutta l’attività quotidiana di serate, incontri, collaborazioni, a fianco di amici e compagni di fatiche. Proprio oggi per esempio ha cominciato a prendere corpo un trio piano-violino-fisarmonica, tango jazz con gran parte del repertorio dedicato a Tom Waits (…per l’appunto).

F.G

 

 

 



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